Pubblicato da: GiulyStarlike su: 25 novembre 2011
Comunemente si ritiene che viaggiare sia un’esperienza totalmente positiva il cui unico difetto è il ritorno alla routine quotidiana. Tuttavia, questa idea di viaggio come bellezza e felicità, nasconde, come del resto tutte le cose, un lato negativo.
La felicità in valigia
Partendo dal lato gioioso e colorato del viaggio, si può dire che esso fa parte delle molteplici sfaccettature della felicità (Saramago, Viaggio in Portogallo, Torino, 1999). Arrivati ad un certo punto della vita, si può decidere di affidare casa e giardino a qualcuno che possa, e sappia, occuparsene e partire per ogni dove.
Un tale entusiasmo lo si ritrova nel bambino che, una volta adulto, diventerà un vero amante del viaggiare. Per intere ore se ne starà chiuso nella sua stanza ad immaginarsi itinerari segnando «col dito la strada lunghissima che lo conduce per mare e per terra» (Citati, Le guide delle meraviglie, “La Repubblica”, 12/12/2003) e imparando ad assaporare sulle labbra i nomi delle città. Durante queste gioiose fantasticherie a nulla servono i richiami insistenti dei genitori, che, spazientiti, chiamano il figlio per la cena. A ciò si aggiunge che il viaggio è composto da due singoli momenti. Quello, notoriamente più divertente, in cui si pianificano gli itinerari e le visite a musei e gallerie d’arte, nel quale tutto appare perfetto, e quello reale, dove raramente si trova ciò che si è immaginato.
La bellezza di un viaggio consiste nel «fermarsi più a lungo», «girare meno» (Saramago, Viaggio in Portogallo, Torino, 1999) e osservare attentamente le persone e le diverse usanze che si incontrano per raccontarle infine, appena tornati a casa, alla famiglia e agli amici.
Tuttavia si può apprendere tanto anche nel proprio paese. Spesso, o per sfuggire ad una guerra o per trovare nuove condizioni di vita, molte famiglie migrano dal loro paese; così nelle scuole i figli di queste famiglie insegnano agli altri i luoghi, le usanze e tutto ciò che riguarda il loro paese d’origine. Così si compie insieme a loro «il giro del mondo in aula» (Affinati, Viaggiare con il cuore, Corriere della Sera, 04/02/2005).
L’altro lato della medaglia
Tempo fa i viaggiatori avevano un «pregiudizio favorevole nei confronti dei popoli di contrade lontane» (Todorov, Noi e gli altri, “L’Esotico”, Torino, 1991, passim), tuttavia il viaggiatore moderno non è altro che un turista «frettoloso» perché ormai i momenti dedicati al viaggio fanno unicamente parte delle vacanze, in cui si cerca il riposo dal lavoro e non un contatto con «soggetti differenti» in modo tale da non mettersi in discussione. In questa nuova mentalità dunque «la rapidità è preferita alla sostanza».
Ormai si passa per una città senza neanche saperne il nome, si pone una croce sulla mappa dicendo «avanti un altro» (Saramago, Viaggio in Portogallo, Torino, 1999) come un barbiere che,scrollando l’asciugamano, invita un altro cliente a sedersi sulla sedia, e la si dimentica un minuto dopo esserne usciti.
Quando il viaggiatore lascia casa alla volta di un nuovo paese, in lui si sviluppa un dissidio che mai nessuna abitudine potrà sanare. Mentre la meta si avvicina, divenendo sempre più chiara e nitida, il punto di partenza, parafrasando Soldati (America primo amore, “Lontananza”, 1935), si allontana sempre di più perdendosi nei meandri dei ricordi. La lontananza diviene così parte integrante della condizione umana, infatti sempre dall’estero si sognerà la patria e viceversa. Tuttavia, una volta compiuto il primo viaggio, difficilmente si perde il gusto di quest’ultima.
Altrettanto importante è il giudizio sul viaggiatore di Magris (Tra i cinesi che sognano Ulisse, Corriere della Sera, 12/12/2003). Egli, infatti, ritiene che la vita può essere paragonata ad un viaggio, il cui ritorno, fisico ed emotivo, a se stessi risulta sempre più incerto. Dopotutto il viaggiatore moderno non assomiglia più all’Ulisse omerico, che dopo lunghe peripezie giunge finalmente a casa, ma all’Ulisse dantesco, che invece si perde nell’immensità del mondo.
Persino Robinson Crusoe si è perso naufragando su un’isola deserta, dopo essere partito per l’ignoto e aver rinunciato ad una vita tranquilla in Inghilterra con un lavoro stabile ed una famiglia.
Riguardo l’ignoto Affinati (Viaggiare con il cuore, Corriere della Sera, 04/02/2005) afferma che precedentemente gli uomini che ricercavano l’avventura come Robinson erano all’ordine del giorno. Essi dunque partivano per smarrirsi in «chissà quali clamorose scoperte e fulgide ebbrezze».
Pertanto si può sostenere che, nonostante le due facce della medaglia, viaggiare sia uno dei modi più sicuri di imparare. Anche se si viaggia solamente per ricercare riposo dalla routine quotidiana, non si può far a meno di incrociare la molteplicità del mondo.
Perfino Danny Boodman T.D. Lemon Novecento (Baricco, Novecento, Feltrinelli, Milano, 1994), nel suo viaggio incessante per l’Atlantico, sulla nave in cui è nato e morto, pur non scendendo mai a terra ha incrociato l’intero mondo, dal povero contadino italiano in cerca di fortuna nella Grande Mela al famoso pianista jazz salito sul piroscafo solamente per dimostrare la sua bravura al piano.
Infine, non resta che prendere un cambio d’abito, il passaporto, la carta d’imbarco o il biglietto del treno e partire. Come detto nel titolo, per quanto si voglia programmare un viaggio, alla fine ci sono così tante incognite che «non sai mai quello che ti capita» (Forrest Gump, Robert Zemeckis, 1994).
|
Theme: Albeo by Design Disease.